Palermo, i molteplici scenari dello scorrere delle acque tra risorse e criticità

Palermo e i suoi dintorni, sono un crogiolo di risorse idriche superficiali e sotterranee che per secoli hanno alimentato la città e la “conca d’oro” con la sua area di circa 100 kmq, creando una fiorentissima campagna irrigata con procedimenti e opere risalenti all’età musulmana, che rendono straordinariamente fruttifera la coltivazione degli agrumi e degli ortaggi. La città è cinta da una serie di monti facenti parte della catena Appeninico –Maghrebide formatasi per deformazione, nel periodo miocenico, di una serie di unità tettoniche costituite da depositi carbonatici. Questi rilievi, sono i veri protagonisti dell’alimentazione sotterranea degli acquiferi localizzati su tutto il territorio cittadino e possiamo distinguere ben quattro unità idrostrutturali partendo da Nord verso Sud: idrostruttura Monte Castellaccio – Monte Gallo; idrostruttura Monte Gibilforni – Pizzo Vuturo; idrostruttura Monte Cuccio – S.Martino delle Scale; idrostruttura Pizzo Mirabelle -Belmonte Mezzagno. Le Idrostrutture, sono i “contenitori” delle acque piovane che si accumulano e che ci permettono di capire come questa, alimenti i bacini sotterranei e superficiali della nostra città.

La configurazione del tessuto urbano ha sempre interagito con gli aspetti idrogeologici e morfologici del territorio palermitano, portando all’ attenzione le diverse forme di dissesto idrogeologico e idraulico che interessano sia le fasce pedemontane che limitano la piana, sia le sue aree interne. Si possono così individuare diverse aree ad alta vulnerabilità, tra le quali:

  • Zone interessate da fenomenologie di crollo riguardanti i rilievi che delimitano la piana: come Pizzo Sferrovecchio, facente parte del Monte Grifone adiacente alla zona industriale di Brancaccio e Ciaculli; Pizzo Diamante-Cozzo di Paola lungo la zona che comprende le borgate di Sferracavallo e Mondello o lungo i versanti del Monte Pellegrino.

  • Zone di disordine idraulico: riconducibili alla presenza di fiumi come il Papireto, il Kemonia e l’Oreto.

Le loro storie sono ben differenti tra loro: il Kemonia, detto anche fiume del “maltempo” era un corso d’acqua torrentizio che sgorgava dalla fossa della Garofala verso la parte orientale della città. Ma la sua fama non fu delle migliori, visto che durante le piogge esondava regolarmente creando un territorio malsano e insalubre, nonché parecchie vittime umane è ciò lo portò ad essere incanalato verso il Fiume Oreto. Simile disavventura per il Papireto, detto fiume d’occidente, il quale partiva dalla zona dei Danisinni fino a sfociare verso la costa, esso venne incanalato sottoterra e condotto sino alla Cala dove sfociava sino a qualche anno fa mentre ora è collegato ad un collettore che ne dirotta le acque verso il depuratore di Acqua dei Corsari.

L’Oreto invece si sviluppa per circa 15 Km e la sua principale sorgente è Fontana Lupo, sita a 140 metri s.l.m , risorgiva che si localizza nell’alveo fra la base di Cozzo San Tommaso (lato Monreale) e la base di Cozzo Suvarelli, (lato Altofonte). Esso segue il caratteristico tratto meandriforme (sinuosità in successioni regolari), attraverso la Conca d’Oro fino a sfociare a Sant’ Erasmo.

Tra i vari affluenti minori dell’Oreto, non va dimenticato il Canale di Boccadifalco, che convoglia sia le acque superficiali provenienti dai rilievi di Monte Cuccio e di San Martino delle Scale sia quelle del Vadduneddu di Monreale.

  • Zone interessate da una fitta rete di cavità sotterranee di origine naturale ed antropica: La composizione geologica del sottosuolo nell’area di Palermo ha consentito alle varie popolazioni insediatesi nel territorio, sia la facile estrazione di materiali da costruzione, sia la creazione di ambienti protetti sia, infine, l’utilizzo delle vaste cavità naturali generate dallo scorrimento delle acque dei fiumi che circondavano la città.

Sotto i nostri piedi vi è uno scrigno di cavità naturali e antropiche: I qanat, le cave di estrazione, i camminamenti militari e le vie di fuga, le camere dello scirocco, le cisterne, le necropoli, la vecchia rete fognaria, gli ingrottati, le chiese ipogee in essi ricavate, il tutto è frutto di processi di modellamento dovuti ad una situazione geomorfologica particolarmente favorevole.

  • Zone interessate da forti criticità idrauliche: dovute ad una rete di drenaggio e smaltimento delle acque non idonea ad ingenti portate d’acqua, come successo nella zona di Belmonte Chiavelli, interessata da un evento alluvionale nel 2009.

Bisogna tenere presente che non tutti gli eventi climatici aventi la stessa portata, hanno il medesimo impatto sul territorio, molto dipende dalla sua localizzazione e conformazione, dall’ esposizione agli agenti atmosferici nonché dalle attività antropiche che spesso interagiscono in modo inadeguato con l’ambiente circostante. Ciò è quella che viene chiamata vulnerabilità di un territorio.

La Vulnerabilità rappresenta l’attitudine di una componente ambientale come popolazione o infrastrutture a sopportare le conseguenze di un evento di una certa intensità. Spesso tutto parte dai fenomeni atmosferici che assumendo carattere di particolare intensità, influenzano il territorio e interagiscono con esso, creando eventi locali di tipo disastrosi, si parla quindi di Rischio Idrogeologico e Rischio Idraulico.

– La differenza sta nella collocazione territoriale dell’ evento:

Il Rischio Idrogeologico corrisponde agli effetti indotti sul territorio da parte delle acque piovane lungo i versanti montuosi e lungo la rete idrografica minore e di smaltimento, causando frane di ogni tipo ed erosioni costiere.

Il Rischio Idraulico invece, è sempre collegato agli effetti indotti sul territorio, ma da parte dei livelli Idrometrici lungo i corsi d’acqua principali, con la possibilità di causare eventi alluvionali.

Tutto ciò può essere evitato? In parte si, eseguendo due tipologie di interventi: strutturali e non strutturali.
Gli interventi strutturali sono opere di ingegneria, realizzate per la riduzione o eliminazione del rischio idraulico e per il controllo dei movimenti franosi. E’ vasta la gamma degli interventi da poter realizzare, tra i quali citiamo le opere di sistemazione dei versanti; realizzazione di briglie di monte nei canaloni per contrastare l’azione erosiva delle acque; opere di contenimento, deviazione e laminazione delle piene a monte dei centri abitati (come per esempio le dighe) per ridurre l’impatto degli eventi di maggiore entità; opere di canalizzazione delle acque all’interno delle zone urbanizzate. Gli interventi non strutturali sono rivolti essenzialmente alla loro previsione , al monitoraggio di relativi parametri di rischio (cosa che la nostra Associazione nel suo piccolo fa) e alla predisposizione di misure per la messa in sicurezza dei cittadini, attraverso piani prestabiliti dalla protezione civile.

 

 

Articolo di Marco Salvati
© Meteopalermo.com

 

 

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